
Fabrizio era innanzitutto la sua voce, una voce che si riconosceva all’istante come quella, antichissima e vivificante, di un cantore di razza. Si potrebbe anche trovare tre o quattro aggettivi per descriverla, ma sarebbe inutile, perché quel timbro era così unico, inconfondibile, inimitabile ad apparire necessario. E la necessità è qualcosa che non appartiene soltanto al mondo della musica: la sua voce non era mai estranea a ciò di cui parlava. Era una voce etica.
Meravigliosa incertezza che gli ha consentito di migliorarsi in continuazione, di crescere e di affinare quel senso etico. Più che la negazione, coltivava il dubbio. Fabrizio di certezze non ne conosceva, dato che tutte gli apparivano egualmente fragili.